C’è una frase che mi ha colpito tra le varie di ieri sera del nostro primo cittadino:
«A Como ogni occasione è buona per far nascere un comitato. Se facessi un semaforo blu, nascerebbe anche il comitato del semaforo blu».

E in effetti è vero: a Como i comitati nascono. E meno male.

Perché se davvero un sindaco decidesse di dipingere un semaforo di blu — così, per creatività o per noia amministrativa — probabilmente sì, qualcuno direbbe qualcosa. Ma non per partito preso, non per sport, non per capriccio.
Semplicemente perché la città è viva, e una città viva si esprime, discute, critica, propone, protesta, immagina alternative.

La vera domanda politica non è: Perché nascono i comitati?”
La vera domanda politica è: Perché così tante persone sentono il bisogno di unirsi per farsi ascoltare?”

Un sindaco davvero attento alla comunità dovrebbe essere orgoglioso di una cittadinanza che partecipa. Invece, si lamenta dei comitati come se fossero fastidiose zanzare che disturbano la quiete.
Ma i comitati non sono zanzare: sono termometri.
Segnalano febbre, disagio, scelte calate dall’alto, decisioni prese senza confronto.
E se i termometri continuano a segnare febbre, forse non è colpa dei termometri.

È paradossale: chi governa dovrebbe costruire ponti, e invece preferisce evocare “nemici blu”, “comitati ovunque”, “opposizioni creative” pur di non affrontare la questione più semplice e più difficile di tutte: il dialogo.

Perché il semaforo blu, alla fine, non è un colore.
È un simbolo.
Rappresenta l’idea di decidere qualunque cosa senza dover rendere conto a nessuno.
E che chi osa chiedere spiegazioni sia automaticamente un oppositore, una minaccia, una banda di “quelli che non hanno altro da fare”.

La verità è un’altra:
👉 i comitati nascono quando la politica smette di ascoltare.
👉 resistono quando la politica smette di spiegare.
👉 crescono quando la politica smette di rappresentare.

E forse il problema non è il comitato del semaforo blu.
Forse il problema è l’idea che i cittadini possano dire la loro.

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