Mi sono svegliato nel Sottosopra — proprio quello alla Stranger Things — ma invece di Hawkins c’era Como.
Stessa città.
Stesse strade.
Stesso lago.
Ma tutto… al contrario.
Il cielo era rosso. L’aria pesante. Il silenzio irreale.
E soprattutto, le regole della realtà erano state ribaltate.
Nel Sottosopra le elezioni si vincono prima di farle.
Nel Sottosopra gli avversari vengono “asfaltati” prima ancora di esistere.
Nel Sottosopra chi governa non dialoga: annuncia.
Non spiega: ordina.
Non ascolta: sopporta.
Nel Sottosopra le tariffe salgono ma i servizi restano fermi.
La città diventa più cara, ma non necessariamente migliore.
Chi solleva dubbi viene guardato come un guastafeste.
Chi chiede confronto sembra un disturbatore della quiete…
Camminando in questo Sottosopra ho incontrato persone normali.
Famiglie. Lavoratori. Anziani. Giovani.
Non avevano superpoteri.
Avevano solo una cosa: la consapevolezza che qualcosa non tornava.
Proprio come nella serie, vedevano il pericolo prima degli adulti.
Avvertivano che il problema non era invisibile.
Era semplicemente… negato.
E allora cercavano una via d’uscita insieme.
Con idee. Con proposte. Con ostinazione. Con amore per la città.
Nel mio incubo non c’erano tentacoli.
C’era qualcosa di peggiore:
l’arroganza di essere infallibile.
E ho capito che il Sottosopra non è una dimensione parallela.
È un modo di governare senza contraddittorio.
Senza ironia.
Senza autocritica.
Senza argine.
Poi mi sono svegliato. O forse no.
Poi mi sono svegliato.
Il lago era lì. Le montagne anche. La città pure.
Ma una domanda mi è rimasta dentro:
E se il Sottosopra non fosse un sogno,
ma solo una metafora fin troppo realistica di come ci si sente quando pensa di essere infallibili ?
Nel telefilm, alla fine, il pericolo viene sconfitto.
Non da un eroe solo.
Ma da un gruppo di ragazzi testardi che non si arrendono alla versione ufficiale.
Forse è questa la vera lezione.
Non serve vivere nel Sottosopra per cambiare le cose.
Basta non accettarlo come normalità.






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