Il calo delle nascite non è più un dato statistico: è una frattura sociale, un segnale d’allarme che racconta una società stanca, disillusa e senza tempo.
I bonus mamma, i contributi una tantum o i sostegni episodici possono aiutare, ma non bastano. Per invertire davvero la tendenza serve una visione complessiva, che rimetta al centro le persone e non solo i numeri.
Servono servizi per le famiglie, scuole accessibili, asili nido diffusi, spazi di socialità e comunità.
Serve assistenza ai genitori, non solo nei primi mesi, ma lungo tutto il percorso di crescita dei figli.
Servono salari adeguati al costo della vita, perché non si può chiedere di mettere al mondo dei bambini in un Paese dove vivere costa troppo e lavorare rende sempre meno.
E serve una società con tempi più umani, capace di restituire alle famiglie quella risorsa preziosa che nessun incentivo può comprare: il tempo.
Il tempo da dedicare ai figli, ai nonni, a sé stessi.
Il tempo come bene comune, come infrastruttura sociale, come diritto.
🏫 A Como, purtroppo, si continua a guardare al tema solo dagli effetti, non dalle cause.
Si chiudono scuole, si tagliano servizi, si accorpano sezioni come se fosse un semplice problema di spazi o numeri. Ma non è così.
Dietro ogni chiusura c’è una comunità che si spegne, un quartiere che perde vita, un segnale chiaro di un territorio che non investe sul proprio futuro.
Servirebbe invece un piano serio per la natalità e la qualità della vita, che unisca politiche abitative, scolastiche e del lavoro.
Servirebbe un patto cittadino per la cura dei bambini e delle famiglie, per rendere Como una città dove crescere un figlio non sia un lusso, ma una scelta possibile.
Perché il vero investimento non è nei bonus, ma nelle persone.
E il tempo — l’unica variabile che non scende a compromessi — è ciò che oggi ci manca più di tutto.
Restituirlo alle famiglie, ai bambini, alla città: questo dovrebbe essere il primo vero obiettivo di una comunità che vuole avere ancora un futuro.






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